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e i bambini continuavano a camminare by Axel

Erano ormai ore che i bambini stavano camminando. Non si erano ancora fermati, non volevano neanche farlo perché avevano paura che s e avessero sostato troppo a lungo, quegli uomini li avrebbero trovati… E così continuavano a camminare, i piedi dolevano dentro le scarpe, i rami ferivano il volto, spesso il muschio umido dell’oscuro sottobosco faceva scivolare e allora le mani e i vestiti si sporcavano e si strappavano. Ma con un grande sforzo di volontà continuavano a camminare. Il più piccolo piagnucolava e si lamentava. Aveva puntato i piedi e si era aggrappato ai vestiti del più grande pregandolo, con la tenacia e l’insopportabile insistenza che hanno solo i bambini di quell’età, di fermarsi, di riposare, di chiamare aiuto, ma il più grande non aveva voluto sentir ragione. Non voleva tornare perché aveva paura di ritrovare quegli uomini, quelli che li avevano abbandonati lì, non voleva vedere la malvagità dei loro volti, le loro espressioni che avevano già decretato il destino di loro due: la morte. E così continuavano a camminare nell’oscurità dei boschi. I due bambini non temevano le foreste, ci erano nati. La loro casa sorgeva su un isola in mezzo a un fiume, coperta di prati e alberi. Si chiamava Tol Galen, l’Isola Verde. Avevano imparato a riconoscere gli alberi e i fiori, a parlare con gli uccelli, a osservare le stelle mentre ascoltavano la madre che cullava la sorellina, cantando storie misteriose e affascinanti di terre al di là del mare e di gloriosi principi. Ed erano felici. Poi un giorno il loro papà aveva deciso di lasciare la loro casa e di andare in un’altra, lasciare i nonni e i luoghi felici dove i due fratellini e la sorellina erano nati e cresciuti. Come tutti i piccoli di fronte alle novità, i due fratellini non volevano recarsi in un posto sconosciuto. La nuova casa però non era così male: era grandissima e, con grande felicità dei due piccoli, circondata da boschi. L’unica cosa a cui non riuscivano ad abituarsi era la gente. In quel posto andavano e venivano tantissime persone, donne e uomini, alcuni armati di lunghi archi e bianchi coltelli, altri dal volto nobile e bellissimo, ma tutti estranei, sconosciuti. Ai due fratelli non piaceva stare in casa in mezzo a tutta quella folla, preferivano di gran lunga scorazzare nelle foreste, così luminosi, così magici da far venire voglia di viverci per sempre. Ma nel bosco in cui adesso stavano camminando non c’era nulla di magico. C’erano ombre, ombre che si muovevano, che cercavano di afferrarli mentre cedevano alla stanchezza, che li osservavano e li seguivano. Il respiro della natura era cupo e malvagio. Persino i pochi raggi di sole che riuscivano a fendere la spessa cappa verde non illuminavano né infondevano speranza, ma la loro luce era giallognola e spenta, partecipe dell’opprimente atmosfera sembrava anch’essa sottomessa alla malvagità che strisciava, infida, lungo le cortecce ammuffite e le umide felci. E i bambini continuavano a camminare. _ Fratellone, ti prego, fermiamoci _ Il bambino più piccolo aveva i capelli sudati e il viso sporco, pulito dove le lacrime erano cadutemi che ormai, nella stanchezza, aveva smesso di versare. Il più grande non disse nulla, e tirò con più forza il braccio del fratello per farlo andare avanti. _ Guarda che se non ci fermiamo il papà non ci troverà _ “Cerco che ci troverà, pensò il più grande, ci troverà perché papà ci vuole bene e non ci lascerebbe mai qui da soli” Però non disse niente _ Il papà verrà a cercarci, non è vero? _ replicò il piccolo, come se avesse letto i pensieri del fratello, che rallentò l’andatura. Il piccolo gli trotterellò accanto _ Non è vero? _ e guardò il più grande, supplicando con gli occhi una risposta affermativa _ Certo che verrà, lui non ci lascerebbe mai da soli _ _ E’ vero, lui non ci lascerebbe mai da soli….. e allora perché non arriva? _ _ Beh, sono solo poche ore che siamo qui, non se ne sarà ancora accorto. Forse pensa che siamo a giocare. È per questo che non arriva. Già, a giocare. Ma lui sapeva che era impossibile pensare al gioco, non dopo quello che era successo. Prima di essere portato via da quegli uomini, aveva visto suo padre, e man mano che passavano le ore, cominciava a intuire perché non arrivasse. C’era stata una battaglia, proprio nella loro casa; uomini armati erano venuti e avevano cominciato a tirare frecce e a uccidere. Il ragazzino aveva ancora nelle orecchie i gemiti dei morenti e i pianti delle donne. Aveva corso per la casa e per i prati cercando la madre e la sorellina, ma non le aveva trovate. Aveva corso urlando i loro nomi con le lacrime agli occhi, terrorizzato dal fatto di trovarsi solo in mezzo a tutta quella morte. E poi erano arrivati quei sette cavalieri, con gli elmi rossi e le spade. Il bambino si era spaventato tantissimo nel vederli, le loro espressioni erano terribili. Era stato allora che aveva visto il padre. Il bambino aveva sorriso ed era corso verso di lui con le braccia tese. Finalmente aveva ritrovato il suo papà! Adesso l’avrebbe preso in braccio, sarebbero andati a cercare la mamma e se ne sarebbero andati da quel terribile posto. Ma i cavalieri erano stati più veloci di lui. Si sentì afferrare sotto le braccia e alzare da terra. Aveva urlato con quanto fiato aveva in gola, sempre con le braccia tese verso il padre, ma proprio nel momento in cui anche lui lo gridò il suo nome, il piccolo non vide più nulla.

Quando si era svegliatosi era trovato in quel bosco. Il suo fratellino era accanto a lui, con gli occhi chiusi. Era vivo ma terribilmente pallido. Si era alzato in piedi e con un tuffo al cuore si era accorto che erano soli. Soli! Avrebbe voluto mettersi a correre, a urlare, o cadere in ginocchio e piangere, invocare aiuto. Ma mentre si guardava attorno smarrito, cercando una soluzione a quella tremenda situazione, il fratellino si era svegliato e lo osservava. _ Fratellone, che fai? _ Con un sobbalzo il più grande si girò e guardò l’espressione stupita del piccolo “E adesso come faccio a dirgli che ci hanno abbandonati qui, pensò, Non riuscirebbe a capire, si spaventerebbe. Non posso dirgli che siamo soli, che non c’è nessuno?” _ Fratellone, dove siamo? Dove sono tutti gli altri? _ “E adesso come glielo dico?” pensò il più grande _ Sono stati quegli uomini, vero? _ _ Cosa? _ _ Quegli uomini a cavallo, con gli elmi rossi. Mi hanno detto che mi portavano dalla mamma e mi hanno fatto salire su un bellissimo cavallo. Poi però mi è venuto sonno e mi sono addormentato. E poi mi sono svegliato qui. Sono stati quei cavalieri, vero? _ _ Si _ _ E perché? Dov’è la mamma? _ _ La mamma è a casa, con la sorellina _ Il ragazzino sperava ardentemente che fosse così, che loro due non fossero rimaste coinvolte in quello che era successo poche ore prima a casa. _ E il papà, lui verrà, vero? _ _ No non resteremo soli _ disse il più grande, rispondendo al piccolino, ma cercando in qualche modo di convincersi. “C’è ancora speranza” pensò. E cominciarono a camminare.

Improvvisamente gli alberi si fecero meno fitti. I bambini continuavano a camminare e il soffitto di foglie si faceva sempre meno opprimente e ogni tanto si riusciva a scorgere il cielo. Era sopraggiunta la notte e le stelle splendevano. Erano più numerose delle altre notti, come se fossero curiose e dal balcone del cielo volessero osservare quei due strani, sporchi bambini che camminavano in mezzo ai boschi, o forse volevano solo tener loro compagnia nella solitudine e nella paura. Il più piccolo tirò la mano del grande e si fermò. _ Fratellone, com’è che la mamma chiamava quella tizia che appiccica le lucciole sul cielo? _Era stato trascinato dal fratello tutta la giornata. All’inizio l’aveva seguito senza protestare. Pensava che egli sapesse dove stavano andando, e che comunque avrebbero camminato per poco tempo. Invece avevano continuato ad andare avanti senza fermarsi. I piedi gli facevano male, era stanco, non vedeva il motivo di quella marcia. Aveva iniziato prima a piagnucolare, a sbuffare, a implorare il fratello, poi lo aveva tirato, aveva puntato i piedi cercando con tutte le sue forze di fermarlo, ma non c’era stato verso. Continuava a chiedergli _ Quando arriva papà _ per sentirsi sempre rispondere _ Vedrai che arriva _ Questa risposta gli bastava per quietarsi un po’, ma più il tempo passava, più la solitudine diventava opprimente. Il bimbo cominciava a inquietarsi, nel constatare che non avevano ancora visto nessuno, ma ciò che lo agitava di più era l’espressione del fratello: aveva visto qualcosa che non voleva dire, lui sapeva perché il papà non arrivava. Era questa terribile sensazione che spaventava maggiormente il piccolino.
Solo le stelle erano riuscite e distrarlo un attimo.
_ Allora, come si chiamava? Elebeth? _
_ No, è Elbereth _ il più grande sorrise. Nel pronunciare quel nome il suo cuore si era riscaldato “Si, c’è ancora speranza”

“I figli di Feanor giunsero inaspettatamente, nel pieno dell’inverno,
scontrandosi con Dior alle Mille Caverne; ebbe così luogo la seconda
carneficina di Elfi per mano di Elfi. Cadde Celegorm ucciso da Dior, e caddero
Curufin e il fosco Caranthir; ma anche Dior fu ucciso, e con lui Nimloth,
sua moglie, e i crudeli servi di Celegorm si impadronirono dei loro figlioletti
e li abbandonarono a morire di fame nella foresta. Vero è che Maedhros
di ciò si pentì e a lungo li cercò nei boschi del Doriath;
ma invano, e in nessun racconto si trova traccia della sorte di Elurèd
ed Elurìn”

J. R. R. Tolkien “Il Silmarillion”

Gli abiti della Terra di Mezzo – Romarie

Alcuni esempi di abiti della Terra di Mezzo, descritti da Romarie

Cavalieri di Rohanscarica in formato pdf

Dame di Rohanscarica in formato pdf

Cavalieri di Gondorscarica in formato pdf

Elfi di Lorienscarica in formato pdf

Elfi di Imaldrisscarica in formato pdf

Elfi del marescarica in formato pdf

Hobbitscarica in formato pdf

Una semplice veste in raso o rasatello di cotone, della linea scivolata, con maniche a punta e nessun decoro. Una cintura in pelle, o meglio ancora in borchie metalliche ornate, ed un paio di comode scarpette basse in stoffa lo completano. Un abito così semplice consente di indossare gioielli anche importanti.

Composto da una veste in velluto semplice e senza decori dalla linea scivolata, leggermente svasato al fondo, con maniche molto ampie decorate al bordo e ornato da una cintura della medesima stoffa della veste; una sopraveste con appena un accenno di maniche decorate lungo l’apertura e il fondo con lo stesso decoro usato per le maniche della veste. Scarpette basse e ornate completano l’abito.


Un abito da viaggio o da guerra, e dunque la casacca è corta con maniche strette e alti bracciali in pelle, ovviamente servendo per andare a cavallo è aperta davanti e dietro dalla vita in giù; i pantaloni sono stretti in modo da poterli infilare facilmente in stivali alti. Alla vita un cinturone per la spada ed una cintura più piccola per la “borsa da viaggio”. Se lo prevedete come abito da guerra potete accorciare le maniche della casacca (per intenderci: al gomito) e indossare sotto di essa una cotta di maglia (si può usare il Lamè per simularla). L’abito va comunque completato con un mantello lungo e caldo (ad esempio in lana o panno).

 


Un abito da palazzo composto da una veste lunga in lino bianco e con le maniche strette su cui indossare una sopraveste al polpaccio in velluto o ciniglia, senza maniche e ornata sul davanti a motivi geometrici; i pantaloni non si vedono, ma ci sono e vanno infilati in stivaletti bassi e comodi. Un manto trattenuto da una borchia e un cinturone lo completano.Per i colori dell’abito da palazzo la scelta è vasta


L’abito femminile riprende i colori di quello maschile ed è composto da una veste leggera con maniche molto ampie in chiffon o in garza o in qualunque tessuto leggero escluso il tulle, su cui va indossata una sopraveste in rasone o in ciniglia. È completato da scarpine basse, si possono usare scarpe tipo espadrillas ricamate o decorate con i glitter o anche in tinta con il vestito. La veste potrebbe, ad esempio, essere azzurra e la sopraveste blu. Entrambi gli abiti vanno decorati con disegni elfici: linee ondulate che si incrociano oppure (dato che si tratta di elfi del mare) motivi di alghe e conchiglie.

Ho disegnato gli abiti degli Elfi del mare cercando di dare l’impressione delle onde. L’abito maschile è composto da pantaloni aderenti in microfibra o in velluto, volendo si possono utilizzare dei pantaloni in stoffa elasticizzata: casacca in velluto o in shantung di seta o, in alternativa, in qualunque tessuto vi piaccia purché abbia un effetto lucido e brillante; stivali a piacere. Ovviamente per i colori direi colori marini: blu, azzurro, verde acqua.


Abito formale, da Elfo adulto, una veste lunga in seta o altro tessuto similare (ad esempio raso) e con maniche a giro, sopra una veste più corta in velluto di seta o ciniglia o comunque di tessuto “prezioso”. Sul davanti un decoro elfico ma niente alle maniche o al fondo, da completare con una cintura dello stesso tessuto della veste, scarpe basse o stivaletti morbidi alla caviglia.

L’abito “da città”, o se preferite “da cerimonia”, è composto da una veste lunga con maniche a punta in qualunque tessuto che abbia un effetto brillante, su cui va indossata una sopraveste più corta con maniche a giro, anche per la sopraveste la scelta dei tessuti è ampia; questo abito prevede scarpe basse e non stivali. Per entrambi è possibile una vasta gamma di colori: blu, azzurro, verde, marrone, grigio.


Un abito che ho immaginato per un giovane elfo: una casacca con strette maniche che terminano a punta, come il fondo stesso della casacca, decorata con motivi di foglie e indossata con comodi pantaloni e stivali alti. I tessuti li lascio a voi, anche perché la scelta è ampissima lo stesso vale per i colori anche se io sceglierei i toni del verde (spento mi raccomando) e del marrone. Poi basta aggiungere gli stivali ed una cintura con una bella fibbia e il gioco è fatto.

L’abito che ho immaginato per, diciamo così, il viaggio (o se volete la caccia) prevede una casacca con mezze maniche in microfibra, o ecopelle scamosciata o velluto; da indossare sopra una camicia più leggera con ampie maniche a punta; servono poi dei pantaloni che possono essere aderenti o meno (io li preferisco aderenti, ma è questione di gusti). Completa il tutto un paio di stivali alti ed un cinturone; ovviamente sia la camicia che la casacca prevedono dei decori in stile elfico.


Ecco un abito per i cavalieri di Gondor: sopraveste corta in velluto o panno o il buon “vecchio” fustagno (o un tessuto similare), veste con maniche strette (più corta della sopra veste) in qualunque tessuto morbido vi piaccia, anche se sarebbe preferibile un lino o un cotone o (se preferite qualcosa di più importante) un rasatello di cotone, pantaloni in velluto o rasatello di cotone. Cinturone, stivali alti e mantello (con stemma di Condor sul lato destro) completano il tutto. La sopraveste e le maniche della veste sono decorate con motivi a treccia. Per i colori vedrei bene colori scuri e sobri, adatti ad un popolo di combattenti, ad esempio il nero, il marrone o il grigio.


I vestiti degli Hobbit ricordano gli abiti inglesi dell’ottocento, solo più informi e con maniche e gambe più corti del dovuto. Occorrono stoffe che richiamino il taglio semplice e un po’ rustico degli abiti stessi e quindi consiglio cotone per le camicie, tela o lana grezza per giacche e pantaloni; per i panciotti può essere adatta anche una stoffa più raffinata purchè a colori vivaci e che non sia troppo importante. L’abbigliamento va completato con eventuali sciarpe e/o mantelli corti. Colori adatti sono il grigio, il blu stinto, il marrone per giacche e pantaloni; il bianco e l’azzurro per le camicie; il giallo,l’arancio per i panciotti.
I mantelli saranno ovviamente verdi o grigi e le sciarpe possibilmente lavorate ai ferri

Nerdanel, the story

Le donne di Tolkien erano tutte grandi donne, degne dei più alti onori. Esse sono state immortalate nei canti e le generazioni ne narrano le gesta. Luthien la bella, Morwen Eledhwen la forte, Idril, la madre di Earendil il marinaio, Arwen stella del vespro, sacrificatasi per amore di un mortale, il loro ricordo vivrà per sempre.
Solo di una si è persa memoria.
Una donna che ha sofferto più di ogni altra, perché ha visto il marito allontanarsi da lei preso dalla follia e con lui i suoi figli, morti poco alla volta, e le sue sofferenze non sono mai state alleviate.
A lei e alla sua triste storia dedico questo racconto, sperando nella benevolenza e nella compassione di chi lo leggerà e si ricorderà di questa creatura sola.

 

Lunghe eran le foglie e l’erba era fresca,
E le cicute ondeggiavano fiorite e belle.
Una luce brillava nella foresta,
Era tra le tenebre un luccicar di stelle.
Tinúviel ballava nella radura,

Quanti amori sono stati raccontati

Lì giunse Beren dal monte imponente
E tra le fronde e gli alberi vagabondò disperso,
E dove il fiume elfico scorre turbolento
Camminò solitario ed in pensieri immerso.

Quanti, tra i figli degli uomini e degli elfi, non conoscono queste storie?

Tinúviel! Tinúviel!
Il suo nome elfico era poesia,
Ed ella si fermò un attimo ad ascoltare
Come incantata la voce di Beren
Che svelto la raggiunse e come per magia
La vide fra le sue braccia splendere e brillare
Fanciulla elfica ed immortale.

Beren e Luthien, l’amore più felice, ma anche il più triste

Ma dal destino amaro furono separati,
E vagarono a lungo per monti e pendici
Tra cancelli di ferro e castelli spietati
E boschi cupi e tetri e luoghi abbandonati,
Mentre fra loro erano i Mari Nemici.

Ogni amore, per divenire immortale nei canti, deve essere triste, non deve dare speranze.
Ma alla fine……………

Ma un giorno luminoso si ritrovaron felici,
Ed assieme partiron, amati e infine uniti,
Attraverso boschi e campagne fiorite.

La felicità…..
Ma non tutti i grandi amori vengono ricordati, non tutte le sofferenze sono immortali nei canti, le gioie, i dolori, le speranze, no! Alcune vengono dimenticate per sempre.
E così a me è successo. Sono caduta nell’oblio, nel vortice della dimenticanza che distrugge, logora anche i più bei ricordi. Nessuno ha mai parlato di me, nessuno mai ne parlerà. Perché è diventato il mio destino: venire cancellata da altre storie, da altri amori, da altre emozioni. È così che vuole il mio fato. Me lo sono scelto, consapevolmente inconsapevole, quando ho legato il mio cuore a un cuore selvaggio, troppo forte da dominare, troppo imperioso da condurre. Quel cuore, quello spirito sarebbe stata la causa della mia rovina, e lo sapevo. Ma ho voluto amarlo lo stesso. È per colpa di quell’amore se nessuno mi ricorda più.
È per colpa di quello spirito se nessuno parla più di Nerdanel.
La mia storia è iniziata e finita con un canto, un canto che nessuna bocca, sulle sponde di Eldamar, ha mai pronunciato

Cantavo del vento, ed il vento incantato tra le fronde e le foglie giocava.
Al lume del sole, al raggio di luna, sul mare brillava la schiuma.
Un albero d’oro, ad Ilmarin ermo, su lidi e su spiagge profuma.

Al lume di stelle di Sempre-vespro esso si veda brillar,
Ai piedi delle mura di Elven Tirion, rifulgeva ad Eldamar.
Ivi da anni ed anni crescono le foglie d’oro

Cantavo seduta su una pietra, la ricordo bene, è su di essa che è iniziato il mio dolore. Ora quella pietra non c’è più, Aule l’artefice se l’è presa, per forgiarla a guisa di gioiello nella sua officina. Uno splendore è nato dal masso testimone della nascita del mio amore.
Cantavo per allietare le gioiose fatiche di mio padre, Mahtan il fabbro, intento ad apprendere da Aule la gloriosa arte di cui tutti i Noldor ora sono rinomati. Io cantavo e osservavo compiaciuta. Ero incantata da come i grezzi sassi e il limpido fuoco potessero dare vita ai gioielli, alle spade agli oggetti più belli in tutta Elende.
Cantavo, osservavo e fu mentre sorridevo pensando al sorriso di mia madre quando avrebbe visto la collana che le stava incastonando mio padre, che lo vidi per la prima volta.
Era alto di volto e destro, i suoi occhi lucenti e penetranti, i capelli neri come ala di corvo. Entrando nell’officina di Aule non mi degnò di uno sguardo, quando mi passò vicino percepii la totale indifferenza che provava nei miei confronti. Ne fui profondamente ferita. Inconsciamente me ne ero già innamorata.
Gli occhi furono la cosa che mi colpirono di più. Non erano gli occhi di una persona normale. Io ne avevo già visti molti di occhi, mi piaceva leggerne le espressioni, comprendere le menti di chi mi fissava. Gli occhi di lui non potevano essere compresi. Erano blu, taglienti e pungenti come una lama, duri come la pietra, luminosi come le stelle, vivi come il fuoco, orgogliosi, come solo gli occhi del principe Feanor, figlio del re Finwe potevano essere.

Lunghe ere sono passate. Gli alberi ormai non sono più e la luce delle stelle si è affievolita, ma quello sguardo, quello rimarrà in eterno nella mia mente. Tutte le ere di Arda non serviranno a farmi dimenticare quegli occhi, lo sguardo di uno che vuole dominare le menti e sottometterle al proprio volere.
Quegli occhi ora non vedono più la luce. Sono bruciati, insieme a tutto il suo corpo, quando il suo spirito se ne è andato in Mandos. È da allora che io sono completamente sola e abbandonata nei miei ricordi.

-Tu sei Nerdanel, la figlia di Mahtan-
Non era una domanda, Feanor non faceva mai domande, lui sapeva
-Si, Mahtan il fabbro è mio padre. Che cosa desideri da me, principe?-
Non ero una persona che si emozionava, neanche adesso lo sono. Controllare le mie emozioni, questo era sempre stata la mia linea di pensiero. Le mie emozioni sono personali, nessuno ha il diritto di conoscerle. Eppure quando me lo trovai davanti, con quell’espressione accigliata che lo contraddistingueva da altri, non potei fare meno di accorgermi, e con un certo fastidio, che il mio cuore batteva più forte. Quel ragazzo mi aveva profondamente colpita.
La cosa che mi diede più fastidio era il fatto che lui se ne era perfettamente accorto
-Cosa ti succede, figlia di Mahtan, la presenza del figlio di Finwe ti turba?-
-No, mio signore è solo che………-
Quegli occhi……….. come una stilettata sentii la sua mente che penetrava nella mia mente e scrutava i miei pensieri
-Ho capito, disse, l’avevo immaginato-
Lessi nel suo viso un ombra di derisione mista a disprezzo
– Siete tutte uguali voi ragazzine, avete in mente solo l’amore

No, non poteva dire queste cose di me. Voi siete orgoglioso principe, ma io non lo sono da meno
-Perché mi disprezzi, non è forse l’amore che ha creato Arda? Non è forse grazie all’amore di Eru che esistiamo? Non è grazie all’amore di tuo padre e tua madre che ora sei al mondo? E ancora, non è per amore delle cose che le sue mani producono che il fabbro cerca di migliorare la sua opera ogni giorno che passa. Non sei forse legato anche tu dall’amore agli oggetti che forgi nella tua officina?-
Lui non rispose
Si, anche nel suo cuore albergava l’amore, ma non era la stessa sensazione che provavo io. Quello che sentivo dentro il cuore era quel sentimento che lega due persone per sempre, che le fa essere una cosa sola. Quello che provava lui era brama per la bellezza, fierezza per le opere da lui compiuti. Illusa, nella mia giovinezza ero convinta che sarei riuscita a trasformare quel suo fuoco interiore in vero amore per me e per i suoi figli. Non ci sono riuscita. Un cuore come Feanor non poteva provare amore, non almeno come lo concepivo io. Ma allora non lo sapevo.

-E’ vero, è amore, ma non come lo intendi tu-
Lui invece aveva già capito

Da quel giorno lo rividi altre volte, ma non ci parlammo più.
Lui divenne famoso, tra i Noldor, molto apprese da Aule e altrettanto gli insegnò mio padre. Fu grazie agli insegnamenti di Mahtan che Feanor apprese l’arte della metallurgia, cosa che avrebbe portato grandi disgrazie al mio popolo.
E io aspettavo. Sapevo che il fiero principe non mi aveva neanche lontanamente nei miei pensieri, ma nell’inconscio ero certa che un giorno lui si sarebbe avvicinato a me.
Ma non me lo sarei mai immaginato in quel modo
-Nerdanel, figlia di Mahtan, cos’è per te la forza?-
una domanda del genere mi lasciò del tutto spiazzata. Quello che mi impressionò di più era il tono con cui la pronunciò, come se sapesse già cosa avrei risposto. Allora azzardai
-Perché me lo chiedi, se lo sai già?-
Anche questa volta lui non rispose, ma non provò a leggermi nella mente, si limitò a fissarmi, con quegli occhi impressionanti, quasi spaventosi, quando li sgranava. Lui non disse niente ma continuò a guardarmi. Era difficile, ma cercai di sostenere il suo sguardo. Sapevo cosa voleva, cercava un segno di debolezza, voleva vedermi cedere, senza parlare voleva farmi capire cosa significasse per lui forza. Mi vennero in mente i pensieri che avevo fatto il giorno della nostra prima conversazione…
-per te, mio signore, forza è capacità di controllare le menti, assoggettarle al proprio volere, imporre le proprie decisioni e quindi, raggiungere la perfezione-
Lui ancora non disse niente, ma mi sembrò che il suo sguardo si fosse, come dire, addolcito.
Poi, dopo qualche attimo
-Esattamente-
E sorrise

Quando penso a quel sorriso, mi sento le lacrime agli occhi. In tutti gli anni che siamo rimasti vicini, poche volte mi ha sorriso, pochissime, ma tutte le volte che lo faceva, era come se mi donasse il tesoro più prezioso della terra. Pochi possono dire di aver visto il grande Feanor sorridere, solo io posso dire di averlo visto sorridere per amore. In tutta la mia vita questo è stato il mio unico privilegio.

-Tu sai essere forte, Nerdanel?-
-Non secondo il vostro concetto di forza, così come voi non amate secondo il mio concetto si amore-
-E’ vero, io non amo secondo il tuo concetto d’amore, però amo-
E se ne andò.

Altri incontri seguirono questo, altre domande e altre risposte lasciate a metà, con un loro significato nascosto che Feanor si guardava bene dal rivelare.

Non ricordo molto bene il giorno del mio fidanzamento, ne quello delle nozze, in fondo non sono stati quelli più importanti della mia vita. Fin dal primo giorno in cui vidi Feanor, sapevo fin dove saremmo arrivati, così non fui particolarmente sorpresa quando mio padre corse trafelato in camera mia, dicendo che il principe Feanor, figlio del re Finwe chiedeva la mia mano.
Ero riuscita a imporgli la mia volontà, ero forte.

Per primo venne Mahedros. Il parto fu una grande sofferenza per me, durante il travaglio Feanor non era nella stanza con me ma sentivo comunque il suo spirito accanto a me, che mi dava forza nel far nascere questo nostro bambino, il nostro primogenito.
Quando, alla sera, tenendo in braccio il bambino e sorridendo tra me per lo sguardo assorto, quasi stupito, con cui Feanor lo osservava, pensavo che saremmo potuti essere una famiglia felice. Feanor sarebbe diventato re dei Noldor, io la regina, e il nostro piccolo Mahedros l’erede. Ma in fondo non era il potere che mi interessava, quella visione di futura felicità mi rendeva molto tranquilla. Troppo tranquilla. Con un marito come il mio, non potevo pensare di stare troppo a lungo senza preoccupazioni. E infatti………….
Finwe, il se supremo dei Noldor, si era risposato. Indis la chiara era la sua nuova moglie, giravano voci che lei stesse aspettando un bambino.
Durante una delle mie visite al palazzo reale di Tirion, vidi Feanor. Stavo per andargli vicino, quando vidi l’espressione sul suo volto. Ancora quegli occhi tremendi, questa volta pieno d’odio, rivolti verso la sua nuova “madre”. Mi spaventai.
Come poteva Feanor odiare così Indis?
Poi osservai bene la nuova regina e capii.
Miriel Serinde era la madre di Feanor, molto amata da Finwe. Ma il fuoco del figlio per lei era stato troppo da sopportare. Segretamente, nel suo cuore Feanor soffriva ancora per la perdita della madre mai conosciuta.
Non me ne ero mai accorta.
E adesso nel cuore del re essa veniva sostituita con una Vanya, dai capelli d’oro e alta, e in tutto e per tutto diversa da Miriel.
Il loro matrimonio non fu visto di buon occhio da Feanor. Da quel giorno si allontanò, cominciò a esplorare Aman, oppure era tutto preso dagli studi e dalle arti di cui si dilettava.
Altri figli intanto erano nati. Dopo Mahedros venne Maglor, e Celegorm, poi Curufin e Caranthir, e infine i gemelli, Amrod e Amras.

………………..il seguito alla prossima puntata 😉

Axel
Se avete suggerimenti, ben vengano!!!!!