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L’ultimo viaggio

01Il bosco era ormai immerso nell’oscurità. Solo qualche raggio di luna filtrava attraverso i rami, regalando a Sam un instante di luce. Il piccolo hobbit si fermò al riparo di un’enorme abete, stese la coperta sul terreno ricoperto da un soffice strato di aghi di pino e preparò il campo. Presto un allegro fuoco scacciò le ombre, Sam preparò una cena con le provviste che teneva nello zaino, alcune pigne gettate nel fuoco spandevano nell’aria il loro balsamico profumo.
Non gli dispiaceva passare la notte nei boschi della Contea, ma avrebbe preferito non farlo da solo. Ricordò una notte di tanto tempo prima, allora erano in tre in quegli stessi boschi, non sapevano ancora che era solo l’inizio di un viaggio spaventoso che li avrebbe cambiati per sempre.
“Padron Frodo..” mormorò Sam alle ombre della notte.
Un gufo fece sentire il suo triste richiamo, lontano, nel buio, un movimento furtivo, una volpe, o forse un tasso. Sam non aveva paura del bosco, in realtà ormai non aveva paura più di nulla.
Scosse la testa, come se la malinconia fosse qualcosa di fisico, da potersi scacciare di dosso come rugiada dai capelli.
Che i dea sciocca quel viaggio!
Malgrado fosse ancora sano e vigoroso non era più un giovincello, i suoi figli avevano cercato di convincerlo, poi si erano rassegnati al capriccio di un vecchio. All’inizio gli era parsa un’idea bellissima. Una passeggiata fino a Terminalbosco, e poi ancora più in là fino a Brea . Il vecchio Omorzo non c’era più, ma Il Puledro Impennato era sempre gestito dalla famiglia Cactaceo. Una capatina a Crifosso, magari una sortita oltre la siepe. Non sarebbe entrato nella Vecchia Foresta, ma in cuor suo sperava che lì, al confine del suo territorio, un buffo uomo con la giacca blu e gli stivali gialli sarebbe venuto a salutarlo.
Che idea sciocca quel viaggio!
Era solo alla prima tappa e già il dolore tornava a stringergli il cuore in una morsa crudele. Rosie era morta in primavera, e lui non riusciva ancora a crederci.
“Sei proprio uno sciocco! “ disse ad alta voce “Credevi che pensando a Frodo avresti lasciato indietro il dolore per lei?“
Scosse di nuovo la testa “Un giorno qualcuno mi ha detto che non tutte le lacrime sono inutili, suppongo che ne sapesse più di me… “
Piangendo in silenzio si avvolse nella coperta e sogno Rosie.
Il mattino dopo si svegliò riposato e sereno. Il buonsenso dei Gamgee e la sua innata bontà d’animo prevalsero sui brutti pensieri. Erano stati felici insieme. Aveva una famiglia meravigliosa, e poteva vedere la quieta bellezza di Rosie negli occhi dei suoi figli e dei suoi nipoti.
La giornata era serena, Settembre era appena iniziato ed era piacevole camminare con la sola compagnia dei rumori del bosco, giunto in prossimità di un ruscello Sam abbandonò il sentiero, immerse i piedi nell’acqua fredda e rise. Dopo tanto tempo si sentì vivo, com’era quella canzone “Io sono Olifante… “ lo hobbit proseguì canticchiando.
Verso mezzogiorno trovò una radura, estrasse dal capiente zaino una tovaglia e numerose provviste, alla fine di quello che poteva considerarsi un vero e proprio banchetto si sdraiò sotto un albero per un riposino.
Un paio d’ore dopo si svegliò e riprese il cammino. Ad un certo punto si fermò guardandosi attorno. Era qui che lui Frodo e Pipino si erano nascosti dal Nazgul? Non ne era certo, in tanti anni gli alberi erano cresciuti. Un brivido gli scese lungo la schiena al pensiero dei terribili Cavalieri Neri, l’eco del loro grido di morte non sarebbe mai scomparso del tutto dal suo cuore.
Non aveva senso ripercorrere anche la “scorciatoia” di Pipino, così prese il sentiero per Scorta, non senza un interessato pensiero alla “Pertica d’Oro”.
In tutto il pomeriggio incontrò solo un messo del servizio postale che lo salutò senza fermarsi. Il sole stava ormai calando dietro le cime degli alberi, Sam camminava perso nei propri pensieri e nei ricordi di un canto ascoltato in quei boschi ai tempi della loro avventura. Ad un tratto si arrestò incredulo. Sentiva davvero le voci. “No” si disse “Sei impazzito, questo succedeva tanto tempo fa..”. Poi li vide. Ebbe la sensazione di essere trascinato indietro nel tempo, era tutto così assurdo!! Guardando meglio si accorse che erano solo una ventina, e naturalmente non c’era Gildor.
Si fermò ad aspettarli con le gambe che tremavano.
“Bu…Buonasera “
Gli elfi sorrisero al piccolo Hobbit.
“Buonasera a te messer Samvise “ una donna avanzò dal gruppo.
Sam arrossì “Come sapete..”
L’elfa era di corporatura esile, con lunghi capelli scuri “..chi sei? “ completò la sua domanda “Ti ho visto a Imladris, e non sei cambiato poi molto da allora. E poi, per dirti la verità, se non ti avessi incontrato avrei mandato qualcuno a cercarti“
“ Cercare me? “ Sam era confuso “ Perché.. cioè, se posso chiedere mia signora .. “
La donna non rispose ma fece un gesto con la mano “Vuoi percorrere un po’ di strada con noi?”
Sam annuì, anche se gli elfi andavano in direzione opposta alla sua. Così per la seconda volta nella sua vita Samvise Gamgee, figlio del Gaffiere e Sindaco della Contea si trovò a camminare con una compagnia viaggiante .
Con Gildor avevano camminato a lungo, invece stavolta il tragitto fu breve. Deviarono dal sentiero principale e mezz’ora dopo si fermarono. Non era una radura vera e propria, piuttosto uno spazio occupato da pochi alberi, faggi enormi e cespugli di sambuco.
L’elfa, che sembrava a capo della piccola compagnia, fece sedere Sam e divise con lui una cena a base di frutta e miele .
Mentre mangiavano Sam non resistette e chiese : “Avete detto che mi stavate cercando “
La donna annuì “Stiamo andando verso la costa, e sono stata incaricata di portarti un messaggio “
“Quale messaggio? E da chi? “ Sam si protese in avanti, poi si rimise a sedere confuso “Oh, scusatemi, non vi ho nemmeno chiesto il vostro nome..”
“Il mio nome? Miriel, mi chiamo Miriel “ esitò un istante “ Ma ora mi chiamano Elentari“
“Elentari” ripetè Sam
“Presuntuoso soprannome vero? “ l’elfa rise, poi vedendo che Sam non capiva spiegò
“Elentari è uno dei nomi di Varda, la Valie . Colei-che-accende-le-stelle… Mi chiamano così perché in questo tempo triste tengo accesa la speranza degli Eldar “
“Non capisco, mia signora “
“Vedi, io faccio dei sogni, o meglio, ricevo dei sogni. A volte chiari, altre confusi, ma tutti provengono da Valinor “
“Da Frodo…” il viso di Sam si illuminò
“No “ Elentari sorrise dolcemente “Di solito sono visioni, ma a volte odo le parole di Cirdan o di Elrond . Sono frammenti, immagini effimere, sufficienti però a consolare un popolo ormai destinato all’oblio “
Sam la fissò negli occhi, leggendovi un’immensa tristezza . Raccolse tutto il suo coraggio e le prese la mano “Non fate così . Siete così giovane, e ..bella… “
“Giovane? “ Elentari rise, e sembrava davvero una ragazza “ Sono nata nel Beleriand ormai sommerso, Voronwe fu il padre di mio padre… Giovane? No, nemmeno dal punto di vista degli Eldar..”
Sam si diede una pacca sulla fronte “Il gaffiere diceva Conta fino a dieci prima di parlare, e poi taci . E’ solo che non mi abituerò mai.. cioè, non so se mi spiego, sembrate giovane… “
“Ti ringrazio mastro Samvise “ Elentari ridivenne seria “Ora ascolta ciò che devo dirti “
Sam annuì
“Vedi, mio piccolo amico, ormai le rotte per Aman sono nascoste. Non ci sono più grandi navi bianche, né marinai, che portino il mio popolo all’ovest “ fece una pausa “Per amore della Terra di Mezzo ci siamo attardati, ed ora scopriamo che forse è impossibile tornare a casa. Ma il mondo è degli uomini, e non c’è posto qui per noi. Oh.. il dono è sempre valido, ma l’esito del viaggio è incerto “
Sam era perplesso “Perché mi dite queste cose ? “
Elentari strinse forte le mani dello Hobbit “ Un sogno.. Non vago e oscuro, ma nitido. Elrond mi parlava di te “
“Di me? “
“Cerca l’ultimo portatore dell’anello “ diceva “ E chiedigli di partire con te se lo vuole”
“Partire? Per dove..” Sam si interruppe intuendo il significato delle parole dell’elfa “Ma io non posso! “ rispose spaventato.
“Perché? “ chiese calma Elentari
“Perché devo..” Sam si interruppe. Già, perché? Rosie non c’era più, i suoi figli erano adulti e lui era vecchio. La Contea poteva fare a meno di lui no?
L’elfa colse il suo sguardo e annuì “ C’è ancora una piccola nave nascosta ai Porti . L’ultima costruita da Cirdan. Lui diceva sempre che la nipote di Voronwe il marinaio avrebbe trovato la strada. Tra pochi giorni partiremo. “
Sam era combattuto. Era soddisfatto della sua vita, e il suo solido buonsenso hobbit lo rendeva sereno anche di fronte alla prospettiva di morire. Si sentiva ancora forte e vigoroso, ma sapeva di essere vecchio. Non aveva rimpianti, né desideri, tranne forse…
“Voi credete che.. voglio dire.. che Lui magari… “ abbassò gli occhi
Elentari scosse la testa “Non lo so Samvise Gamgee, ma chissà, i giorni di Aman sono diversi dai nostri, e il favore dei Valar può molto . In fondo l’impresa di Frodo non è inferiore a quelle di Tuor .. “
Sam annuì, i suoi occhi si riempirono di lacrime
La donna accarezzò una guancia del piccolo hobbit “Che strano” disse dolcemente “ Elfi e uomini hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le bianche sponde, un grande regno è sprofondato negli abissi, e tu esiti.”
“Mia signora ..” rispose Sam “ Sono solo un giardiniere, il mio posto non è tra i Grandi . Forse è come dici, Aman sarà bellissima, ma non posso trovarvi Rosie, e il sorriso di Elanor, o le risa di Frodo e Pipino che giocano sotto l’albero della festa ..”
Elentari lo guardò stupita “Perdonami mastro Samvise, sei saggio ,più di tutti noi . Eppure ti chiedo lo stesso di venire con me, non fosse altro che per il piacere della tua compagnia .. “
Sam arrossì
“Verrò… per Frodo, perché l’unica cosa che vorrei davvero è parlare ancora con lui… “
L’elfa sorrise “Ti aspetterò ai porti. Ora riposa, è tardi “

***

“Il 22 di Settembre Sam disse addio ad Elanor, consegnandole il Libro Rosso dei Confini Occidentali. Nessuno più lo rivide nella Terra di Mezzo . “

Il sole appena sorto salutò la partenza di una piccola nave bianca. Sul cassero, con gli occhi rivolti alla riva, un’alta dama degli elfi ed un piccolo hobbit della Contea si tenevano per mano. Entrambi piangevano…

e i bambini continuavano a camminare by Axel

Erano ormai ore che i bambini stavano camminando. Non si erano ancora fermati, non volevano neanche farlo perché avevano paura che s e avessero sostato troppo a lungo, quegli uomini li avrebbero trovati… E così continuavano a camminare, i piedi dolevano dentro le scarpe, i rami ferivano il volto, spesso il muschio umido dell’oscuro sottobosco faceva scivolare e allora le mani e i vestiti si sporcavano e si strappavano. Ma con un grande sforzo di volontà continuavano a camminare. Il più piccolo piagnucolava e si lamentava. Aveva puntato i piedi e si era aggrappato ai vestiti del più grande pregandolo, con la tenacia e l’insopportabile insistenza che hanno solo i bambini di quell’età, di fermarsi, di riposare, di chiamare aiuto, ma il più grande non aveva voluto sentir ragione. Non voleva tornare perché aveva paura di ritrovare quegli uomini, quelli che li avevano abbandonati lì, non voleva vedere la malvagità dei loro volti, le loro espressioni che avevano già decretato il destino di loro due: la morte. E così continuavano a camminare nell’oscurità dei boschi. I due bambini non temevano le foreste, ci erano nati. La loro casa sorgeva su un isola in mezzo a un fiume, coperta di prati e alberi. Si chiamava Tol Galen, l’Isola Verde. Avevano imparato a riconoscere gli alberi e i fiori, a parlare con gli uccelli, a osservare le stelle mentre ascoltavano la madre che cullava la sorellina, cantando storie misteriose e affascinanti di terre al di là del mare e di gloriosi principi. Ed erano felici. Poi un giorno il loro papà aveva deciso di lasciare la loro casa e di andare in un’altra, lasciare i nonni e i luoghi felici dove i due fratellini e la sorellina erano nati e cresciuti. Come tutti i piccoli di fronte alle novità, i due fratellini non volevano recarsi in un posto sconosciuto. La nuova casa però non era così male: era grandissima e, con grande felicità dei due piccoli, circondata da boschi. L’unica cosa a cui non riuscivano ad abituarsi era la gente. In quel posto andavano e venivano tantissime persone, donne e uomini, alcuni armati di lunghi archi e bianchi coltelli, altri dal volto nobile e bellissimo, ma tutti estranei, sconosciuti. Ai due fratelli non piaceva stare in casa in mezzo a tutta quella folla, preferivano di gran lunga scorazzare nelle foreste, così luminosi, così magici da far venire voglia di viverci per sempre. Ma nel bosco in cui adesso stavano camminando non c’era nulla di magico. C’erano ombre, ombre che si muovevano, che cercavano di afferrarli mentre cedevano alla stanchezza, che li osservavano e li seguivano. Il respiro della natura era cupo e malvagio. Persino i pochi raggi di sole che riuscivano a fendere la spessa cappa verde non illuminavano né infondevano speranza, ma la loro luce era giallognola e spenta, partecipe dell’opprimente atmosfera sembrava anch’essa sottomessa alla malvagità che strisciava, infida, lungo le cortecce ammuffite e le umide felci. E i bambini continuavano a camminare. _ Fratellone, ti prego, fermiamoci _ Il bambino più piccolo aveva i capelli sudati e il viso sporco, pulito dove le lacrime erano cadutemi che ormai, nella stanchezza, aveva smesso di versare. Il più grande non disse nulla, e tirò con più forza il braccio del fratello per farlo andare avanti. _ Guarda che se non ci fermiamo il papà non ci troverà _ “Cerco che ci troverà, pensò il più grande, ci troverà perché papà ci vuole bene e non ci lascerebbe mai qui da soli” Però non disse niente _ Il papà verrà a cercarci, non è vero? _ replicò il piccolo, come se avesse letto i pensieri del fratello, che rallentò l’andatura. Il piccolo gli trotterellò accanto _ Non è vero? _ e guardò il più grande, supplicando con gli occhi una risposta affermativa _ Certo che verrà, lui non ci lascerebbe mai da soli _ _ E’ vero, lui non ci lascerebbe mai da soli….. e allora perché non arriva? _ _ Beh, sono solo poche ore che siamo qui, non se ne sarà ancora accorto. Forse pensa che siamo a giocare. È per questo che non arriva. Già, a giocare. Ma lui sapeva che era impossibile pensare al gioco, non dopo quello che era successo. Prima di essere portato via da quegli uomini, aveva visto suo padre, e man mano che passavano le ore, cominciava a intuire perché non arrivasse. C’era stata una battaglia, proprio nella loro casa; uomini armati erano venuti e avevano cominciato a tirare frecce e a uccidere. Il ragazzino aveva ancora nelle orecchie i gemiti dei morenti e i pianti delle donne. Aveva corso per la casa e per i prati cercando la madre e la sorellina, ma non le aveva trovate. Aveva corso urlando i loro nomi con le lacrime agli occhi, terrorizzato dal fatto di trovarsi solo in mezzo a tutta quella morte. E poi erano arrivati quei sette cavalieri, con gli elmi rossi e le spade. Il bambino si era spaventato tantissimo nel vederli, le loro espressioni erano terribili. Era stato allora che aveva visto il padre. Il bambino aveva sorriso ed era corso verso di lui con le braccia tese. Finalmente aveva ritrovato il suo papà! Adesso l’avrebbe preso in braccio, sarebbero andati a cercare la mamma e se ne sarebbero andati da quel terribile posto. Ma i cavalieri erano stati più veloci di lui. Si sentì afferrare sotto le braccia e alzare da terra. Aveva urlato con quanto fiato aveva in gola, sempre con le braccia tese verso il padre, ma proprio nel momento in cui anche lui lo gridò il suo nome, il piccolo non vide più nulla.

Quando si era svegliatosi era trovato in quel bosco. Il suo fratellino era accanto a lui, con gli occhi chiusi. Era vivo ma terribilmente pallido. Si era alzato in piedi e con un tuffo al cuore si era accorto che erano soli. Soli! Avrebbe voluto mettersi a correre, a urlare, o cadere in ginocchio e piangere, invocare aiuto. Ma mentre si guardava attorno smarrito, cercando una soluzione a quella tremenda situazione, il fratellino si era svegliato e lo osservava. _ Fratellone, che fai? _ Con un sobbalzo il più grande si girò e guardò l’espressione stupita del piccolo “E adesso come faccio a dirgli che ci hanno abbandonati qui, pensò, Non riuscirebbe a capire, si spaventerebbe. Non posso dirgli che siamo soli, che non c’è nessuno?” _ Fratellone, dove siamo? Dove sono tutti gli altri? _ “E adesso come glielo dico?” pensò il più grande _ Sono stati quegli uomini, vero? _ _ Cosa? _ _ Quegli uomini a cavallo, con gli elmi rossi. Mi hanno detto che mi portavano dalla mamma e mi hanno fatto salire su un bellissimo cavallo. Poi però mi è venuto sonno e mi sono addormentato. E poi mi sono svegliato qui. Sono stati quei cavalieri, vero? _ _ Si _ _ E perché? Dov’è la mamma? _ _ La mamma è a casa, con la sorellina _ Il ragazzino sperava ardentemente che fosse così, che loro due non fossero rimaste coinvolte in quello che era successo poche ore prima a casa. _ E il papà, lui verrà, vero? _ _ No non resteremo soli _ disse il più grande, rispondendo al piccolino, ma cercando in qualche modo di convincersi. “C’è ancora speranza” pensò. E cominciarono a camminare.

Improvvisamente gli alberi si fecero meno fitti. I bambini continuavano a camminare e il soffitto di foglie si faceva sempre meno opprimente e ogni tanto si riusciva a scorgere il cielo. Era sopraggiunta la notte e le stelle splendevano. Erano più numerose delle altre notti, come se fossero curiose e dal balcone del cielo volessero osservare quei due strani, sporchi bambini che camminavano in mezzo ai boschi, o forse volevano solo tener loro compagnia nella solitudine e nella paura. Il più piccolo tirò la mano del grande e si fermò. _ Fratellone, com’è che la mamma chiamava quella tizia che appiccica le lucciole sul cielo? _Era stato trascinato dal fratello tutta la giornata. All’inizio l’aveva seguito senza protestare. Pensava che egli sapesse dove stavano andando, e che comunque avrebbero camminato per poco tempo. Invece avevano continuato ad andare avanti senza fermarsi. I piedi gli facevano male, era stanco, non vedeva il motivo di quella marcia. Aveva iniziato prima a piagnucolare, a sbuffare, a implorare il fratello, poi lo aveva tirato, aveva puntato i piedi cercando con tutte le sue forze di fermarlo, ma non c’era stato verso. Continuava a chiedergli _ Quando arriva papà _ per sentirsi sempre rispondere _ Vedrai che arriva _ Questa risposta gli bastava per quietarsi un po’, ma più il tempo passava, più la solitudine diventava opprimente. Il bimbo cominciava a inquietarsi, nel constatare che non avevano ancora visto nessuno, ma ciò che lo agitava di più era l’espressione del fratello: aveva visto qualcosa che non voleva dire, lui sapeva perché il papà non arrivava. Era questa terribile sensazione che spaventava maggiormente il piccolino.
Solo le stelle erano riuscite e distrarlo un attimo.
_ Allora, come si chiamava? Elebeth? _
_ No, è Elbereth _ il più grande sorrise. Nel pronunciare quel nome il suo cuore si era riscaldato “Si, c’è ancora speranza”

“I figli di Feanor giunsero inaspettatamente, nel pieno dell’inverno,
scontrandosi con Dior alle Mille Caverne; ebbe così luogo la seconda
carneficina di Elfi per mano di Elfi. Cadde Celegorm ucciso da Dior, e caddero
Curufin e il fosco Caranthir; ma anche Dior fu ucciso, e con lui Nimloth,
sua moglie, e i crudeli servi di Celegorm si impadronirono dei loro figlioletti
e li abbandonarono a morire di fame nella foresta. Vero è che Maedhros
di ciò si pentì e a lungo li cercò nei boschi del Doriath;
ma invano, e in nessun racconto si trova traccia della sorte di Elurèd
ed Elurìn”

J. R. R. Tolkien “Il Silmarillion”

Nerdanel, the story

Le donne di Tolkien erano tutte grandi donne, degne dei più alti onori. Esse sono state immortalate nei canti e le generazioni ne narrano le gesta. Luthien la bella, Morwen Eledhwen la forte, Idril, la madre di Earendil il marinaio, Arwen stella del vespro, sacrificatasi per amore di un mortale, il loro ricordo vivrà per sempre.
Solo di una si è persa memoria.
Una donna che ha sofferto più di ogni altra, perché ha visto il marito allontanarsi da lei preso dalla follia e con lui i suoi figli, morti poco alla volta, e le sue sofferenze non sono mai state alleviate.
A lei e alla sua triste storia dedico questo racconto, sperando nella benevolenza e nella compassione di chi lo leggerà e si ricorderà di questa creatura sola.

 

Lunghe eran le foglie e l’erba era fresca,
E le cicute ondeggiavano fiorite e belle.
Una luce brillava nella foresta,
Era tra le tenebre un luccicar di stelle.
Tinúviel ballava nella radura,

Quanti amori sono stati raccontati

Lì giunse Beren dal monte imponente
E tra le fronde e gli alberi vagabondò disperso,
E dove il fiume elfico scorre turbolento
Camminò solitario ed in pensieri immerso.

Quanti, tra i figli degli uomini e degli elfi, non conoscono queste storie?

Tinúviel! Tinúviel!
Il suo nome elfico era poesia,
Ed ella si fermò un attimo ad ascoltare
Come incantata la voce di Beren
Che svelto la raggiunse e come per magia
La vide fra le sue braccia splendere e brillare
Fanciulla elfica ed immortale.

Beren e Luthien, l’amore più felice, ma anche il più triste

Ma dal destino amaro furono separati,
E vagarono a lungo per monti e pendici
Tra cancelli di ferro e castelli spietati
E boschi cupi e tetri e luoghi abbandonati,
Mentre fra loro erano i Mari Nemici.

Ogni amore, per divenire immortale nei canti, deve essere triste, non deve dare speranze.
Ma alla fine……………

Ma un giorno luminoso si ritrovaron felici,
Ed assieme partiron, amati e infine uniti,
Attraverso boschi e campagne fiorite.

La felicità…..
Ma non tutti i grandi amori vengono ricordati, non tutte le sofferenze sono immortali nei canti, le gioie, i dolori, le speranze, no! Alcune vengono dimenticate per sempre.
E così a me è successo. Sono caduta nell’oblio, nel vortice della dimenticanza che distrugge, logora anche i più bei ricordi. Nessuno ha mai parlato di me, nessuno mai ne parlerà. Perché è diventato il mio destino: venire cancellata da altre storie, da altri amori, da altre emozioni. È così che vuole il mio fato. Me lo sono scelto, consapevolmente inconsapevole, quando ho legato il mio cuore a un cuore selvaggio, troppo forte da dominare, troppo imperioso da condurre. Quel cuore, quello spirito sarebbe stata la causa della mia rovina, e lo sapevo. Ma ho voluto amarlo lo stesso. È per colpa di quell’amore se nessuno mi ricorda più.
È per colpa di quello spirito se nessuno parla più di Nerdanel.
La mia storia è iniziata e finita con un canto, un canto che nessuna bocca, sulle sponde di Eldamar, ha mai pronunciato

Cantavo del vento, ed il vento incantato tra le fronde e le foglie giocava.
Al lume del sole, al raggio di luna, sul mare brillava la schiuma.
Un albero d’oro, ad Ilmarin ermo, su lidi e su spiagge profuma.

Al lume di stelle di Sempre-vespro esso si veda brillar,
Ai piedi delle mura di Elven Tirion, rifulgeva ad Eldamar.
Ivi da anni ed anni crescono le foglie d’oro

Cantavo seduta su una pietra, la ricordo bene, è su di essa che è iniziato il mio dolore. Ora quella pietra non c’è più, Aule l’artefice se l’è presa, per forgiarla a guisa di gioiello nella sua officina. Uno splendore è nato dal masso testimone della nascita del mio amore.
Cantavo per allietare le gioiose fatiche di mio padre, Mahtan il fabbro, intento ad apprendere da Aule la gloriosa arte di cui tutti i Noldor ora sono rinomati. Io cantavo e osservavo compiaciuta. Ero incantata da come i grezzi sassi e il limpido fuoco potessero dare vita ai gioielli, alle spade agli oggetti più belli in tutta Elende.
Cantavo, osservavo e fu mentre sorridevo pensando al sorriso di mia madre quando avrebbe visto la collana che le stava incastonando mio padre, che lo vidi per la prima volta.
Era alto di volto e destro, i suoi occhi lucenti e penetranti, i capelli neri come ala di corvo. Entrando nell’officina di Aule non mi degnò di uno sguardo, quando mi passò vicino percepii la totale indifferenza che provava nei miei confronti. Ne fui profondamente ferita. Inconsciamente me ne ero già innamorata.
Gli occhi furono la cosa che mi colpirono di più. Non erano gli occhi di una persona normale. Io ne avevo già visti molti di occhi, mi piaceva leggerne le espressioni, comprendere le menti di chi mi fissava. Gli occhi di lui non potevano essere compresi. Erano blu, taglienti e pungenti come una lama, duri come la pietra, luminosi come le stelle, vivi come il fuoco, orgogliosi, come solo gli occhi del principe Feanor, figlio del re Finwe potevano essere.

Lunghe ere sono passate. Gli alberi ormai non sono più e la luce delle stelle si è affievolita, ma quello sguardo, quello rimarrà in eterno nella mia mente. Tutte le ere di Arda non serviranno a farmi dimenticare quegli occhi, lo sguardo di uno che vuole dominare le menti e sottometterle al proprio volere.
Quegli occhi ora non vedono più la luce. Sono bruciati, insieme a tutto il suo corpo, quando il suo spirito se ne è andato in Mandos. È da allora che io sono completamente sola e abbandonata nei miei ricordi.

-Tu sei Nerdanel, la figlia di Mahtan-
Non era una domanda, Feanor non faceva mai domande, lui sapeva
-Si, Mahtan il fabbro è mio padre. Che cosa desideri da me, principe?-
Non ero una persona che si emozionava, neanche adesso lo sono. Controllare le mie emozioni, questo era sempre stata la mia linea di pensiero. Le mie emozioni sono personali, nessuno ha il diritto di conoscerle. Eppure quando me lo trovai davanti, con quell’espressione accigliata che lo contraddistingueva da altri, non potei fare meno di accorgermi, e con un certo fastidio, che il mio cuore batteva più forte. Quel ragazzo mi aveva profondamente colpita.
La cosa che mi diede più fastidio era il fatto che lui se ne era perfettamente accorto
-Cosa ti succede, figlia di Mahtan, la presenza del figlio di Finwe ti turba?-
-No, mio signore è solo che………-
Quegli occhi……….. come una stilettata sentii la sua mente che penetrava nella mia mente e scrutava i miei pensieri
-Ho capito, disse, l’avevo immaginato-
Lessi nel suo viso un ombra di derisione mista a disprezzo
– Siete tutte uguali voi ragazzine, avete in mente solo l’amore

No, non poteva dire queste cose di me. Voi siete orgoglioso principe, ma io non lo sono da meno
-Perché mi disprezzi, non è forse l’amore che ha creato Arda? Non è forse grazie all’amore di Eru che esistiamo? Non è grazie all’amore di tuo padre e tua madre che ora sei al mondo? E ancora, non è per amore delle cose che le sue mani producono che il fabbro cerca di migliorare la sua opera ogni giorno che passa. Non sei forse legato anche tu dall’amore agli oggetti che forgi nella tua officina?-
Lui non rispose
Si, anche nel suo cuore albergava l’amore, ma non era la stessa sensazione che provavo io. Quello che sentivo dentro il cuore era quel sentimento che lega due persone per sempre, che le fa essere una cosa sola. Quello che provava lui era brama per la bellezza, fierezza per le opere da lui compiuti. Illusa, nella mia giovinezza ero convinta che sarei riuscita a trasformare quel suo fuoco interiore in vero amore per me e per i suoi figli. Non ci sono riuscita. Un cuore come Feanor non poteva provare amore, non almeno come lo concepivo io. Ma allora non lo sapevo.

-E’ vero, è amore, ma non come lo intendi tu-
Lui invece aveva già capito

Da quel giorno lo rividi altre volte, ma non ci parlammo più.
Lui divenne famoso, tra i Noldor, molto apprese da Aule e altrettanto gli insegnò mio padre. Fu grazie agli insegnamenti di Mahtan che Feanor apprese l’arte della metallurgia, cosa che avrebbe portato grandi disgrazie al mio popolo.
E io aspettavo. Sapevo che il fiero principe non mi aveva neanche lontanamente nei miei pensieri, ma nell’inconscio ero certa che un giorno lui si sarebbe avvicinato a me.
Ma non me lo sarei mai immaginato in quel modo
-Nerdanel, figlia di Mahtan, cos’è per te la forza?-
una domanda del genere mi lasciò del tutto spiazzata. Quello che mi impressionò di più era il tono con cui la pronunciò, come se sapesse già cosa avrei risposto. Allora azzardai
-Perché me lo chiedi, se lo sai già?-
Anche questa volta lui non rispose, ma non provò a leggermi nella mente, si limitò a fissarmi, con quegli occhi impressionanti, quasi spaventosi, quando li sgranava. Lui non disse niente ma continuò a guardarmi. Era difficile, ma cercai di sostenere il suo sguardo. Sapevo cosa voleva, cercava un segno di debolezza, voleva vedermi cedere, senza parlare voleva farmi capire cosa significasse per lui forza. Mi vennero in mente i pensieri che avevo fatto il giorno della nostra prima conversazione…
-per te, mio signore, forza è capacità di controllare le menti, assoggettarle al proprio volere, imporre le proprie decisioni e quindi, raggiungere la perfezione-
Lui ancora non disse niente, ma mi sembrò che il suo sguardo si fosse, come dire, addolcito.
Poi, dopo qualche attimo
-Esattamente-
E sorrise

Quando penso a quel sorriso, mi sento le lacrime agli occhi. In tutti gli anni che siamo rimasti vicini, poche volte mi ha sorriso, pochissime, ma tutte le volte che lo faceva, era come se mi donasse il tesoro più prezioso della terra. Pochi possono dire di aver visto il grande Feanor sorridere, solo io posso dire di averlo visto sorridere per amore. In tutta la mia vita questo è stato il mio unico privilegio.

-Tu sai essere forte, Nerdanel?-
-Non secondo il vostro concetto di forza, così come voi non amate secondo il mio concetto si amore-
-E’ vero, io non amo secondo il tuo concetto d’amore, però amo-
E se ne andò.

Altri incontri seguirono questo, altre domande e altre risposte lasciate a metà, con un loro significato nascosto che Feanor si guardava bene dal rivelare.

Non ricordo molto bene il giorno del mio fidanzamento, ne quello delle nozze, in fondo non sono stati quelli più importanti della mia vita. Fin dal primo giorno in cui vidi Feanor, sapevo fin dove saremmo arrivati, così non fui particolarmente sorpresa quando mio padre corse trafelato in camera mia, dicendo che il principe Feanor, figlio del re Finwe chiedeva la mia mano.
Ero riuscita a imporgli la mia volontà, ero forte.

Per primo venne Mahedros. Il parto fu una grande sofferenza per me, durante il travaglio Feanor non era nella stanza con me ma sentivo comunque il suo spirito accanto a me, che mi dava forza nel far nascere questo nostro bambino, il nostro primogenito.
Quando, alla sera, tenendo in braccio il bambino e sorridendo tra me per lo sguardo assorto, quasi stupito, con cui Feanor lo osservava, pensavo che saremmo potuti essere una famiglia felice. Feanor sarebbe diventato re dei Noldor, io la regina, e il nostro piccolo Mahedros l’erede. Ma in fondo non era il potere che mi interessava, quella visione di futura felicità mi rendeva molto tranquilla. Troppo tranquilla. Con un marito come il mio, non potevo pensare di stare troppo a lungo senza preoccupazioni. E infatti………….
Finwe, il se supremo dei Noldor, si era risposato. Indis la chiara era la sua nuova moglie, giravano voci che lei stesse aspettando un bambino.
Durante una delle mie visite al palazzo reale di Tirion, vidi Feanor. Stavo per andargli vicino, quando vidi l’espressione sul suo volto. Ancora quegli occhi tremendi, questa volta pieno d’odio, rivolti verso la sua nuova “madre”. Mi spaventai.
Come poteva Feanor odiare così Indis?
Poi osservai bene la nuova regina e capii.
Miriel Serinde era la madre di Feanor, molto amata da Finwe. Ma il fuoco del figlio per lei era stato troppo da sopportare. Segretamente, nel suo cuore Feanor soffriva ancora per la perdita della madre mai conosciuta.
Non me ne ero mai accorta.
E adesso nel cuore del re essa veniva sostituita con una Vanya, dai capelli d’oro e alta, e in tutto e per tutto diversa da Miriel.
Il loro matrimonio non fu visto di buon occhio da Feanor. Da quel giorno si allontanò, cominciò a esplorare Aman, oppure era tutto preso dagli studi e dalle arti di cui si dilettava.
Altri figli intanto erano nati. Dopo Mahedros venne Maglor, e Celegorm, poi Curufin e Caranthir, e infine i gemelli, Amrod e Amras.

………………..il seguito alla prossima puntata 😉

Axel
Se avete suggerimenti, ben vengano!!!!!